Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha chiesto forti modifiche in merito all’introduzione dello scudo penale proposto da Fratelli d’Italia: il motivo
Negli ultimi giorni il dibattito politico italiano è tornato a concentrarsi sul tema della sicurezza e sul ruolo delle forze dell’ordine nella gestione dell’ordine pubblico. A sciogliere molti nodi è stata una proposta di legge presentata al Senato da un esponente di Fratelli d’Italia, Renato Ancorotti, che introduceva un cosiddetto “scudo penale” per agenti e militari impegnati in operazioni di sicurezza.
Questa iniziativa, partendo dalla percezione di un’eccessiva pressione giudiziaria sugli operatori nelle situazioni più acute, ha però scatenato un acceso confronto politico e istituzionale. L’obiettivo dichiarato dal proponente era quello di rivedere la disciplina con cui si avviano i procedimenti penali nei confronti di chi opera in prima linea per garantire l’ordine pubblico, soprattutto in scenari ad alto rischio.
Cosa prevedeva il ddl: filtro ministeriale e tutele legali
Il nucleo essenziale del disegno di legge riguardava un cambiamento drastico nel meccanismo con cui può essere avviata l’azione penale nei confronti degli appartenenti alle forze dell’ordine che compiono atti durante il servizio.
Il testo, infatti, proponeva l’introduzione di una “condizione di procedibilità”: prima di poter procedere penalmente contro un agente che abbia impiegato un’arma o mezzi di coazione durante un’operazione, sarebbe stata necessaria una richiesta formale da parte del ministro competente. Senza questa richiesta, il processo non avrebbe potuto iniziare.
Secondo i promotori, questo meccanismo non doveva né abolire né attenuare la responsabilità penale, civile o amministrativa in caso di dolo o colpa grave, ma soltanto evitare che la azione penale scattasse automaticamente, mettendo pressione immediata sugli operatori.
Un altro punto chiave riguardava le spese legali: fino alla decisione definitiva del giudice, il Ministero si sarebbe fatto carico degli oneri per la difesa degli agenti coinvolti, recuperando eventualmente le somme solo in caso di accertata responsabilità.
Le critiche: uguali davanti alla legge o scudo per tutti?
La proposta, pur nata come iniziativa individuale, ha immediatamente attirato critiche da parte delle opposizioni e di giuristi perché rischiava – secondo i detrattori – di creare un doppio binario nell’azione penale: uno per i comuni cittadini e uno per le forze di polizia.
Partiti come Alleanza Verdi e Sinistra hanno denunciato che affidare al ministro dell’Interno il potere di avviare o meno un procedimento penale significherebbe di fatto introdurre uno scudo penale, cioè una sorta di tutela eccessiva che potrebbe ostacolare l’autonomia della magistratura e il principio costituzionale per cui tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge.
Critiche analoghe sono arrivate anche su altri fronti istituzionali, tra cui da parte del Quirinale, che ha richiamato l’esecutivo italiano al rispetto della Costituzione notificando che “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”, sottolineando che eventuali garanzie per gli agenti non possono tradursi in diritti esclusivi che non valgono anche per i cittadini comuni.
Il ruolo di Mattarella e il ritiro del ddl
Il passaggio centrale dell’intervento istituzionale è arrivato dal presidente Sergio Mattarella, che, pur non bloccando in senso letterale il pacchetto sicurezza proposto dal governo, ha espresso rilievi di costituzionalità e richiesto modifiche significative.
Il ddl di Fratelli d’Italia con lo scudo penale, nato come bozza e presentato da Ancorotti, è stato ufficialmente ritirato dallo stesso senatore, che ha spiegato di non voler alimentare equivoci né far passare l’iniziativa come posizione ufficiale del partito, definendola “ancora allo stadio di bozza personale”.
Dietro questo passo indietro vi è stato – oltre all’ampia critica politica – il richiamo alla necessità di rispettare i principi costituzionali di uguaglianza e di obbligatorietà dell’azione penale, che non possono essere sospesi o subordinati alla volontà di un ministro per una determinata categoria.
In parallelo, il governo ha iniziato a lavorare a un testo diverso all’interno di un decreto sicurezza più ampio, che include misure su fermo preventivo (ribattezzato accertamento) e limiti alla vendita di armi bianche ai minori, ma in una forma che rispecchi le osservazioni fatte dal Quirinale e non contrasti i cardini costituzionali italiani.
La vicenda del ddl sullo scudo penale ha messo in luce un nodo cruciale del dibattito pubblico italiano: come bilanciare la tutela degli operatori di polizia con i principi costituzionali fondamentali, in particolare l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e l’indipendenza della magistratura.
Il ritiro della proposta e la revisione delle norme nel contesto di un decreto più ampio indicano che, anche su temi sensibili come la sicurezza e l’ordine pubblico, l’azione legislativa deve confrontarsi con vincoli costituzionali e pluralismo democratico se vuole avere consistenza reale e resistenza nel tempo.








